giovedì 19 novembre 2009

LA GRANDE GUERRA FINALMENTE A COLORI Mostra fotografica della Provincia di Roma

Mostrare l’esistenza di fotografie a colori della Grande Guerra è non solo d’interesse degli storici della fotografia e degli storici in generale ma di tutti noi, perché ci aiuta ad illuminare con i colori il ricordo del tempo passato e ad approfondire episodi magari studiati anni fa sui banchi di scuola. Questo l’obiettivo dell’iniziativa promossa dalla Provincia di Roma che ha allestito dal 7 novembre 2009 al 6 gennaio 2010 una mostra fotografica dal titolo “La Guerra a Colori” realizzata in collaborazione con la Galerie Bilderwelt di Berlino. Vengono esposte per la prima volta in Italia le foto scattate da Hildenbrand, dal russo Prokudin-Gorski e da numerosi fotografi francesi, australiani, austriaci e statunitensi, di cui in alcuni casi non si tramandano neppure i nomi. Durante la Prima Guerra mondiale, combattuta dal 1914 al 1918 in Europa, Medio Oriente, Africa e Asia orientale, sono morte dieci milioni di persone. Un tributo di sangue molto alto che le generazioni vissute in quegli anni hanno pagato. Anche l’Italia, mossa dall’obiettivo di completare l’ideale risorgimentale d’unificazione nazionale, dopo un’iniziale neutralità, a seguito del patto segreto di Londra stipulato dal Salandra il 26 aprile del 1915, entrò in scena a distanza di un mese, dichiarando guerra all’Austria il 24 maggio, così schierandosi con le potenze dell’Itesa (Serbia, Belgio, Francia, Inghilterra, Russia, Giappone, Romania e Grecia) contro gli imperi centrali (Austria, Germania, Bulgaria e Turchia). Le truppe italiane, dopo un’offensiva guidata dal generale Cadorna sull’Isonzo conclusasi a favore degli austriaci, riuscirono a contenerne l’avanzata sull’altopiano Asiago. Tra agosto e settembre del 1917 il nostro esercito, anche se con grandi sforzi e gravi perdite, riuscì ad occupare l’altopiano della Bainsizza. Purtroppo gli eserciti nemici sferrarono un’offensiva dall’alto Isonzo e tra il 24 e il 27 ottobre ebbero la meglio a Caporetto, obbligando l’esercito italiano a retrocedere fino al Piave. Intanto sul massiccio del monte Grappa si organizzò la difesa per contenere le truppe nemiche che avanzavano. A favore dell’Intesa entrarono in guerra il 15 novembre gli Stati Uniti - che inviarono generi alimentari ed equipaggiamento agli alleati. La Russia però, a seguito della crisi politica determinata dalla rivoluzione d’ottobre (che aveva segnato la fine del regime zarista e l’avvento del proletariato), fu costretta a ritirarsi. Allora la Germania ne approfittò impiegando 40 divisioni ritirate dal fronte russo per penetrare nel 1918 in territorio francese. Ben presto però, deposte le armi Bulgaria e Turchia, la Germania dovette subire la controffensiva anglo-francese. L’esercito italiano sotto la guida del Generale Armando Diaz, che aveva sostituito il Cadorna, combatté con successo tra il 22 ottobre e il 3 novembre la battaglia di Vittorio Veneto; l’Austria fu sconfitta e fu costretta a firmare l’armistizio di Villa Giusti (vicino Padova). Le immagini della Grande Guerra diffuse in quel tempo furono in bianco e nero, sebbene nel 1903 i fratelli Lumiére avessero già inventato a Lione la placca autochrome che fu commercializzata a partire dal 1907. L’anniversario dei novanta anni dello scoppio del conflitto ha fornito l’occasione per riprendere e diffondere le immagini a colori della guerra. La provincia di Roma, muovendosi sulla stessa lunghezza d’onda del trascorso novantesimo anniversario, con questa iniziativa offre al pubblico, per la prima volta nel nostro Paese, ben 60 fotografie a colori di un pezzo importantissimo della storia mondiale.

Pier Vincenzo Rosiello

lunedì 9 novembre 2009

Ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino

Vent'anni fa cadeva il muro di Berlino e con esso la cortina di ferro, quella titanica e muscolare contrapposizione fra USA e URSS che caratterizzò gli anni della guerra fredda. Il 9 novembre del 1989 incominciava la riunificazione tedesca formalmente conclusa il 3 ottobre del 1990. La caduta del Muro non è solo l’abbattimento di un simbolo, ma una pagina intera della storia europea e del mondo che è stata voltata affinché se ne possa scrivere una nuova con ormai alle spalle quello che abbiamo dolorosamente vissuto o che ci hanno raccontato i custodi della memoria di quei terribili eventi. La Seconda Guerra Mondiale (1 settembre 1939 - 2 settembre 1945) con la furia nazista insanguinò il secolo scorso portando morte, distruzione e divisione. La caduta del muro, costruito dal governo comunista della Germania dell’Est (13 agosto 1961) a seguito dello smembramento imposto dalle nazioni vincitrici alla Germania, è come un risorgere non solo per la nazione tedesca ma anche per l'intera Europa e per il mondo.
Dalle ceneri rovinose della guerra nasce la speranza di un'Europea unita - che con la caduta del muro acquista ancora più forza nell'immaginario collettivo - uno spazio nuovo di  pace e di cultura, già profetizzato e tanto anelato dai padri del nostro Risorgimento, prima fra tutti Giuseppe Mazzini. Forse la nostra Europa è ancora bambina non ha quella maturità che le consente di affacciarsi con sicurezza sullo scenario internazionale, ma almeno è presente.
La Germania festeggia oggi, insieme alla caduta del muro, la memoria della sua ritrovata unità in questa Europa che fatica ancora ad avere la sua anima culturale, a causa del serpeggiare di tendenze materialiste e neopositiviste che ne deprimono, anziché esaltarne, lo spirito. Inoltre la crisi globale ha scosso le nazioni europee, colpendole in quella che è stata l’amalgama della loro unione, l’economia. Purtroppo la voglia di ritrovarsi insieme in uno strumento unitario di difesa comune non è sorretto da un’altrettanta volontà e forza politica, anche se ci sono incoraggiati segnali di collaborazione allo scopo di combattere la criminalità organizzata e il terrorismo. Non altrettanta intesa si trova invece nel programmare e dominare i flussi migratori, lasciando il problema per lo più all’iniziativa dei singoli Paesi membri. Insomma luci e ombre sul futuro dell’Europa ma la caduta del muro è sicuramente un auspicio di unità e di pace.


Europa finalmente unita


Culla delle umane genti


e di popoli antichi le illustri menti,


eppure di sangue spesso macchiata


sempre divisa e pur tanto amata.






Fa’ che sulle dure zolle


non si erga più un colle


a divider la terra dalla terra


e a segnare i confini della guerra.






Ma tu finalmente unita,


fascinosa donna e nostra amica,


dacci al fin la pace sì tanto ambita






e su ogni volto fa’ che vediamo


la gioia di darci l’un l’altro la mano


e di accertarci per quello che siamo.


di Pier Vincenzo Rosiello








lunedì 5 ottobre 2009

L’impegno dell’Esercito per la pace tra i popoli

Muovendosi sullo stesso humus culturale del mondo classico e facendo propria la medesima alta ispirazione di difesa della Patria e di pacificazione dei popoli, l’Esercito Italiano partecipa ormai da diversi decenni alle missioni all’estero nelle diverse aree di crisi presenti nel mondo – sempre nel pieno rispetto delle regole d’ingaggio pattuite al momento d’assunzione di ogni impegno internazionale – allo scopo di ristabilire condizioni di stabilità e, dove sia possibile, la pace.


Brevi cenni sul quadro geo-strategico mondiale
A seguito della caduta del muro di Berlino, venti anni fa, lo scenario mondiale s’è profondamente mutato; il crollo dell’URSS, una delle due superpotenze che si dividevano gli equilibri del mondo, ha innescato il diffondersi di molteplici focolai di crisi su quello che era lo sconfinato territorio dell’ex Unione Sovietica. Basti pensare alle guerre nei Balcani, Kosovo ed ex Jugoslavia, Albania, Bosnia-Ezegovina. Il modo di far guerra ha subìto profondi mutamenti tanto che alla guerra classica si è sostituito un modello di guerra di tipo asimmetrico. E così nella guerra del Golfo – siamo negli anni 1990-1991 – “la prima dopo la guerra fredda, la fine del confronto militare in Europa e il dominio del mare hanno consentito all’Occidente – e in primis agli Stati Uniti – di concentrare contro l’Iraq la maggior parte delle forze aeroterrestri disponibili. È stata fatta massa anzitutto nell’aria, per preparare e rendere meno cruenta possibile l’offensiva terrestre. A quest’ultima l’esercito iracheno in pratica non ha resistito, anche perché ha voluto condurre una guerra campale classica” (Col. (ris.) Ferruccio Botti, I Principi dell’Arte Militare, Rivista Militare n.4/2003, pag. 31). Un modello che ritroviamo intorno al 2000 nelle campagne militari in ex Jugoslavia, Kosovo e Afghanistan con l’adozione da parte occidentale di sofisticate tecnologie missilistiche e aerospaziali, riservando alla forza terrestre un’azione di supporto. Nel campo opposto in altre guerre le forze militari nemiche hanno tentato di nascondersi, finanche sottoterra, per evitare l’attacco dall’alto.
L’altro evento, purtroppo funesto, che ha segnato e continua a segnare la storia mondiale è la caduta delle Torri Gemelle a New York, l’11 settembre del 2001, nel cuore degli Stati Uniti, provocata da un ignobile attacco terroristico. Per contrastare questo fenomeno non bastano più gli strumenti militari intesi nel modo tradizionale, né basta la potenza delle forze aeree. Osama Bin Laden, capo carismatico di Al Quaida, responsabile della tragedia a New York, ha saputo realizzare al massimo grado la sorpresa colpendo i simboli e i centri vitali del mondo occidentale.
La reazione non s’è fatta certo attendere, gli Usa hanno sferrato un massiccio attacco all’Iraq, covo di Al Quaida, e all’Afghanistan, nell’ottica di una guerra preventiva contro i Paesi definiti canaglia. Una guerra che è costata un grande numero di vite umane anche al popolo statunitense.
Successivamente sono state organizzate dalle Nazioni Uniti missioni per ristabilire ordine e condizioni di vivibilità in queste aree devastate dalla crisi, e proprio in queste missioni hanno perso la vita anche diversi soldati italiani. Basti pensare a quello che è successo a Nassirya il 12 novembre 2003 dove persero la vita 19 italiani e quest’anno a Kabul, dove sono morti in un agguato kamikaze ad opera dei talebani 6 parà del 186° Reggimento della Folgore. I militari erano a bordo di due blindati Lince sulla via che conduce all'aeroporto. La loro morte è stata provocata da un'autobomba contenente almeno 150 kg di tritolo. L’esplosione è stata terribile e inesorabile. Questi i nome dei sei caduti: il tenente Antonio Fortunato, originario di Lagonegro (Potenza); il primo caporal maggiore Matteo Mureddu, di Oristano; il primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, nato in Svizzera, ma residente a Tiggiano (Lecce); il sergente maggiore Roberto Valente di Napoli, il primo caporal maggiore Giandomenico Pistonami, nato a Orvieto ma residente a Lubriano (Viterbo) e il caporal maggiore Massimiliano Randino, nato a Pagani (Salerno). ventuno sono i militari italiani morti nel paese asiatico. 
Nelle missioni di pace in aree particolarmente esposte alla guerriglia o agli attacchi kamikaze dei fondamentalisti islamici, come in Afghanistan, occorre un salto di qualità nell’ambito delle informazioni per conoscere tempestivamente la localizzazione dell’avversario, il tipo di minaccia e la possibile linea d’azione. In quest’ottica la tecnologia ICT (Information and Communication Tecnology) e il settore RSTA (Reconnaissance Surveillance and Target Acquisition) costituito da sistemi di apparati multisensori per la cattura d’informazioni all’interno di un’area prestabilita rivestono un’importanza fondamentale.
Resta comunque imprescindibile l’apporto delle risorse umane, i soldati forti e valorosi ma pur sempre mortali. Ecco perché è giusto rendere onore all’eroismo, al senso del dovere e all’alta dignità dei nostri militari che li portano ad anteporre il bene comune, quello del proprio Paese e, nel caso di Kabul, la difesa della libertà e della democrazia internazionali, alla propria stessa vita.

Le Peace Support Operations
Il numero delle Peace Support Operations è aumentato notevolmente rispetto al passato e la partecipazione della Forza Armata italiana è divenuta molto significativa. In particolare i più recenti conflitti presenti sul teatro euro-mediterraneo hanno evidenziato la centralità geostrategica dell’Italia rispetto alle aree di crisi. E così, oltre che per la difesa della Patria, operazioni militari sono sempre di più inserite nell’ambito di missioni a supporto della pace, per il mantenimento della legalità, della stabilità e dell’ordine internazionale; missioni cioè di peacekeeping (ovvero per il mantenimento della pace, le forse attrici operano sotto il comando ONU in modo imparziale e con il consenso dei Paesi interessati dalla crisi), peace-making (creare/costruire la pace mediante operazioni di pacificazione condotte da una forza internazionale, che con la propria presenza porta l'ordine e assicura il rispetto dei diritti umani allo scopo di stabilizzare la crisi) e peace-enforcement (imporre o far rispettare la pace con interventi della comunità internazionale in una situazione di conflitto).

La nostra Forza Armata è attualmente impegnata in diverse parti del mondo:
1) nell’area balcanica con la partecipazione all’operazione NATO “Joint Enterprise” in Kosovo (1.700 militari) e a quella UE “Althea” in Bosnia Ersegovina (140 militari), durante lo scorso anno l’Italia ha assunto il comando di entrambe;
2) nell’area medio-orientale con la missione “Leonte” in Libano nell’ambito della forza di pace “UNIFIL” (2.300 militari) in cui l’Esercito Italiano detiene la leadership (rappresentando politicamente il Segretario Generale nella zona meridionale del Paese), ma anche in Iraq nella missione di addestramento dell’esercito iracheno denominata “NATO Training Mission” (25 uomini);
3) nell’area caucasico-asiatica nell’ambito della missione a guida NATO denominata ISAF (International Security Assistance Force) con un contributo a livello Brigata di 1800 militari e un duplice impegno rispettivamente a Kabul e a Herat, nonché dallo scorso anno in Georgia nell’ambito della missione European Union Monitoring Mission (17 militari con compiti di osservazione) ma anche in seno alla missione UNMOGIP nella zona di confine tra l’India e il Pakistan;
4) nell’area africana con la partecipazione all’operazione UE “Nicole” in Chad (83 militari) concorrendo con la Task Force “Ippocrate” al dispositivo sanitario campale, come l’allestimento della struttura “ROLE 2” in Abeché attrezzata per la chirurgia d’urgenza, la terapia intensiva e la degenza a disposizione del personale ONU e della popolazione locale; l’Esercito partecipa anche alle missioni di osservazioni UNAMID in Darfur e MIURSO in Marocco.

Conclusioni
L’importanza e il prestigio che la Forza Armata Italiana ha assunto in virtù delle missioni fuori area ne gratifica l’impegno e consola per le perdite subite, in termini di vite umane, specie in questi ultimi anni; giovani italiani che hanno servito il proprio Paese e gli ideali di libertà e democrazia fino a sacrificare la propria vita. L’Italia è orgogliosa per i valore e il coraggio dimostrato dai suoi militari.
L’Esercito, lungi dall’essere una forza di conquista e di oppressione, è uno strumento di difesa e di protezione della libera e pacifica convivenza nel rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. Così facendo la Forza Armata crea le condizioni per il superamento di situazioni di crisi, lanciando stimoli per la crescita e la diffusione della cultura. Per queste ragioni possiamo affermare che è molto vicino allo spirito greco-romano, a una concezione di “guerra giusta”, che vede nel conflitto armato l’ultima delle soluzione, a cui però non disdegnava di fare ricorso nel caso fosse dettato dalla necessità di difendere la civitas.

mercoledì 2 settembre 2009

A proposito di morale cristiana: lo scontro tra i direttori Feltri e Boffo

La nostra società, sempre meno civile, edonista, individualista e pettegola, in cui domina il relativismo etico e non solo, forse alla ricerca disperata di un’identità si barcamena tra il vero e il verosimile.
E’ questo il tempo dei cantastorie e dei fannulloni, degli ipocriti e degli imbroglioni, dei gaudiosi e dei beoni, dei ricchi e dei furbacchioni, delle prostitute e degli omosessuali, insomma dei baccanali.
La cultura è un’optional dei perditempo, la fede una moda superata, la ragione la causa principale della noia della vita, le regole esistono solo per gli altri e la scienza è l’origine di tutte le disgrazie.
La crisi economica dilaga, mentre quella morale ci ha letteralmente sommersi tant’è che non riusciamo più nemmeno a distinguere ciò che è bene da ciò che è male.
Vogliamo essere trasgressivi senza sapere più cosa trasgredire e pretendiamo di essere liberi senza sapere neppure più esprimere un giudizio.
Il mondo politico, non è estraneo a questo decadimento generale, e i media a volte, nel riportare i fatti acriticamente e staccati dal loro contesto originario, non fanno che peggiorare le cose, soffiando sulla cenere il vento della sfiducia e della disaffezione. Sembra incredibile ma addirittura rischia di precipitare in questo vortice anche il mondo cattolico, da sempre luogo di moderazione e di correttezza.
Sarebbe un errore uno scontro tra istituzioni civili (il Governo, in primis) e Vaticano. Sicuramente i vescovi devono poter esprimere la propria opinione indirizzando i cattolici ai valori del Vangelo di Cristo. D’altro canto lo Stato italiano, per ciò che concerne il governo politico del Paese, deve poter agire in piena autonomia.
Il rispetto è la condizione alla base di ogni convivenza civile, se manca è guerra.
Da qualche giorno è scoppiata la bufera tra Vittorio Feltri, direttore del quotidiano Il Giornale, e Dino Boffo, direttore del quotidiano cattolico Avvenire.
Feltri, a quanto sembra, indignato per i giudizi scritti da Boffo sulle pagine di Avvenire riguardanti alcuni episodi, tirati in ballo dai giornali (La Repubblica in testa), della vita privata del premier Silvio Berlusconi, ha lanciato un attacco a Dino Boffo, arrivando addirittura a parlare recentemente di un decreto penale di condanna da parte del Tribunale di Rieti in cui si accenna a molestie a sfondo anche sessuale, per evidenziare che nessuno è senza peccato e che Boffo avrebbe fatto male ha scagliare la pietra contro Silvio.
Certo su questo bisogna pur evidenziare che la conoscenza del bene non sempre coincide con la virtù, come voleva invece Socrate per il quale la causa del male era l’ignoranza del bene. Altrimenti non esisterebbe il peccato. E neppure la necessità del perdono. Se così non fosse non ci sarebbe stato bisogno dell’Incarnazione del Verbo di Dio per redimerci. Scrive il Sommo Dante nel suo Purgatorio: “State contenti umane genti al Quia che se possuto aveste veder tutto mestier non era parturir Maria”.
I cristiani, e quindi la Chiesa, hanno il sacro santo dovere di condannare il peccato e indicare la via del bene, questo però non significa che i cristiani non pecchino. Purtroppo il peccato esiste perché la natura umana è ancora soggetta al male e alla sofferenza e alla morte. A tal proposito scrive san Paolo apostolo, che la natura geme continuamente per le doglie del suo parto. Perciò non si può ridurre al silenzio i cristiani, perché predicano bene e razzolano male. La Chiesa è in cammino verso il Bene, verso Cristo. V’è una tensione continua del cristiano a fare il bene, anche se molte volte ci si accorge di fare il male (come dice sempre san Paolo). La comunità cristiana esiste appunto per aiutarsi con amore vicendevole, ma anche per ammonirsi a fare il bene e a tenersi lontani dal male.
Anche il Papa, oggi, ha detto che Dio condanna il peccato ma ha a cuore i peccatori. Gesù, in fondo, è venuto per i peccatori, non per i sani ma per i malati.
Facciamo umilmente esperienza dell’amore misericordioso di Dio e saremo degni di costruire una nuova umanità o come diceva Giuseppe Lazzati: “La città dell’uomo”। Ognuno di noi ha ricevuto da Dio la vocazione a costruire il mondo e di questo l’Altissimo ci chiederà conto. Sappiamo farlo con giustizia, onestà e capacità. Senza avere paura di prendere le distanze da ciò che è sbagliato e senza nascondere i nostri errori e le nostre debolezze. Abbiamo tanti esempi di santi che hanno fatto esperienza del peccato (sant’Agostino, san Francesco d’Assisi, la Maddalena) ma poi si sono convertiti e Dio, attraverso di loro, ha fatto beni molto più grandi dei peccati da loro commessi.

sabato 1 agosto 2009

La vocazione divina dell’uomo e del mondo

L’Essere divino è unico ma non vive in solitudine, la sua natura trinitaria è tale da salvaguardare la propria unità e unicità nella molteplicità delle tre persone che la compongono. Non si tratta certo di un mostro a tre teste. È invece una figura che rimanda alla perfetta comunione tra il Padre e il Figlio con lo Spirito Santo, così come il triangolo equilatero che pur essendo composto da tre linee uguali ma distinte forma un’unica figura geometrica. È evidente che l’unione di due elementi uguali è resa possibile solo dalla interposizione di un terzo elemento anch’esso uguale che ne determina l’unità.
Dal punto di vista biologico ad esempio l’uomo ha cognizione del fatto di essere composto dalla fusione di due cellule una contenuta nel seme dell’uomo e l’altra nell’utero della donna, che replicandosi producono il suo essere corporeo. In natura la decadenza porta alla rottura di questa unione, alla disgregazione e quindi alla morte. La stessa cosa vale anche a livello sociale.
La famiglia è lo sviluppo dell’essere umano, che trova in essa la sua unità originaria, “essendo i due – recita la Bibbia – una sola carne”. Un’unità quindi che per forza di cose deve essere indissolubile. Se questo essere si divide, la sua vita si proietta automaticamente in una dimensione di disgregazione e di desolante solitudine.
In questo quadro il tentativo di comporre nuovamente il proprio essere con un’altra donna o un altro uomo, magari costituendo una nuova famiglia non fa che rafforzare lo stato di rottura iniziale e la propria desolante deriva verso il nulla.
Quando il due non produce unità è sinonimo di opposizione e di divisione. Non a caso le corna, simbolo dell’infedeltà coniugale, sono due e sono attributi del maligno, che seduce l’uomo con le sue arti e lo porta al peccato e alla morte. Anche la guerra, in latino bellum da duellum (lotta tra due), nasce dalla scontro per il predominio sull’altro: Caino uccide Abele e Romolo uccide Remo.
L’opportunità che offre il sacramento del matrimonio ai cristiani è quella di divenire, con l’aiuto della preghiera e della grazia divina, una cosa sola a immagine della natura trinitaria di Dio, che trova nell’unione perfetta del Padre con il Figlio e lo Spirito Santo la sua massima esemplificazione. In quest’ottica il matrimonio rappresenta – come il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II ha scritto nella Familiaris consortio – una strada di santità, grazie alla quale l’uomo si avvicina sempre di più a Dio, fino ad uniformarsi alla sua natura divina, eterna e incorruttibile. I beati coniugi Beltrame Quattrocchi risplendono come modelli da seguire e possono essere fonte di incoraggiamento per tanti sposi, nella consapevolezza che la propria vita coniugale per quanto brutta possa essere è sempre fonte di santificazione agli occhi di Dio.
La comunione trinitaria, dunque, è l’impronta soprannaturale – in quanto rimanda all’intima natura divina – che Dio ha voluto imprimere nell’uomo come suo marchio e sigillo.
D'altronde tutto quello che è nell’Universo nasce dall’unione, dall’aggregazione di particelle che formano la materia. Chi dice a queste particelle di unirsi e di restare unite in date quantità e proporzioni non lo sa nessuno. Ma forse anche esse seguono la stessa legge divina che porta una a ricomporre nell’altra la propria unità, come le tessere di un puzzle in cui ogni singolo elemento occupa il proprio posto, unico e insostituibile, all’interno della composizione. Provate a togliere una o più tessere da un puzzle e vedrete che l’immagine rappresentata andrà gradualmente perdendo definizione, fino a perdersi e a scomparire.
Ogni cosa ha il proprio equilibrio stabilito in nuce da Dio stesso, equilibrio che noi possiamo percepire attraverso la bellezza della cosa creata. Ecco perché la bellezza dell’Universo è il segno tangibile dell’esistenza e della presenza di Dio. Ogni creatura infatti tende a raggiungere il suo Creatore, la sua perfezione, la sua bellezza. Allo stesso modo noi uomini.
La famiglia – e per riflesso la Chiesa intesa come famiglia di famiglie unite insieme dallo Spirito Santo intorno a Cristo che è una cosa sola con Dio Padre – sono il laboratorio scelto dall’Altissimo per dare pienezza a quella che è la sua creatura più complessa perché fatta a sua immagine e somiglianza: l’uomo. In questo posto segreto di alta alchimia, infatti, l’essere umano cresce fisicamente, affettivamente, mentalmente e spiritualmente imparando a conoscere e a praticare la carità nella verità, di cui parla Papa Benedetto XVI nella sua ultima enciclica “Caritas in Veritate”.
Pertanto la società civile, così come fa la Chiesa, dovrebbe salvaguardare e favorire in ogni modo la realtà domestica, dipendendo da essa la sua stessa vita. Se le famiglie sono sane, lo sono anche i singoli individui che compongono la società e svolgono un ruolo in seno ad essa. Tutto ciò che allontana la famiglia dalla sua vocazione divina alla santità, nella unità, nella pace e nell’amore reciproco non è bene per nessuno.
Anche chi non crede percepisce nella famiglia un valore imprescindibile per la sua vita e, attraverso di esso, può sperimentare anche lui l’amore vero di Dio.
Modelli alternativi di famiglia, magari omosessuali, frutto di aggregazioni di pezzi di altre unioni o aperte alla poligamia e all’adulterio programmato, allontanano l’uomo dalla sua vocazione divina, che investe e anima – come abbiamo osservato – tutto l’universo creato che segue pro fysei l’ordine impresso ad esso dal suo Creatore.
Rispettare la vita in tutte le sue forme e stadi significa rispettare e collaborare al progetto divino; l’uomo è chiamato a costruire la “città dell’uomo” con lo sguardo rivolto verso “la città di Dio”, questa sintonia ci farà pregustare la gioia del Regno del Signore a cui siamo stati introdotti grazie al mistero di redenzione di Gesù Cristo che ci ha resi partecipi della sua stessa natura divina.Pier Vincenzo Rosiello

lunedì 29 giugno 2009

Fede, ragione e scienza: un’alleanza di saperi

Per comprendere appieno la realtà moderna e fornire risposte efficaci ai problemi e ai bisogni della società, la cultura europea ha bisogno di “allargare gli orizzonti della razionalità” avviando una nuova stagione, in cui sapere scientifico, ragione filosofica e ragionevolezza sapienziale possano concorrere insieme alla creazione di un nuovo umanesimo.
In questo quadro la filosofia è chiamata a svolgere un ruolo decisivo con la promozione di percorsi di ricerca tali da coinvolgere le altre discipline, in particolare la teologia e la scienza, in un dialogo aperto e libero da pregiudizi. Una sfida ardua ma possibile, un’urgenza storica di cui la fede cristiana deve farsi carico per rispondere a “un desiderio di pienezza di umanità” che non può essere disatteso.
Questo il tema di fondo del sesto Simposio europeo dei docenti universitari – organizzato dall’Ufficio per la pastorale universitaria del Vicariato di Roma – svoltosi dal 5 all’8 giugno 2008 a Roma, presso la Pontificia Università Lateranense che ha visto la partecipazione di circa 400 accademici provenienti da 26 Paesi.
La cerimonia inaugurale si è svolta giovedì in Campidoglio. Hanno rivolto i loro saluti il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, i presidenti di Regione e Provincia, Piero Marazzo e Nicola Zingaretti, il sindaco di Roma Gianni Alemanno.
Il convegno è stato introdotto dal Cardinale vicario Camillo Ruini e dal presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli. Sono seguite le lezioni magistrali di Jean-Luc Marion dell’Università di Parigi “La Sorbonne”, di Peter Koslowski dell’Università di Amsterdam e di Ugo Amaldi del Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire. Sabato gli accademici sono stati ricevuti in udienza speciale da Papa Bendetto XVI in Vaticano e domenica a conclusione del convegno hanno partecipato alla messa presieduta dall’Arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura.
A margine del simposio abbiamo rivolto alcune domande a mons. Lorenzo Leuzzi, direttore dell’Ufficio per la pastorale universitaria del Vicariato di Roma.

Quale messaggio scaturisce dal convegno?
“I docenti universitari europei avvertono la necessità di un rilancio della filosofia con la convinzione che la realtà non può essere interpretata in chiave unilaterale ma che occorre un lavoro interdisciplinare, in quanto la ragione non è autosufficiente. Solo così si potranno superare gli errori commessi nel Novecento”.

Qual è la posizione del mondo della cultura europea rispetto al fenomeno dell’immigrazione “irregolare” e a quello dell’impoverimento delle famiglie?
“Io penso che il vero problema oggi è che la cultura contemporanea europea non ha al momento le categorie sufficienti per dare risposte esaurienti e orientare i bisogni della società. Credo che si possano individuare soluzioni tampone per questo o quel problema, come appunto la crisi economica o l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati. Se vogliamo però affrontare sul serio questi problemi è necessario riflettere molto in profondità su qual è la capacità dell’uomo contemporaneo di comprendere la realtà. Soprattutto è bene capire se esiste ancora uno spazio in cui quei valori che la cultura illuministica ha portato avanti – in particolare l’idea dell’uomo protagonista e veramente capace di costruire la propria esistenza – sono ancora attuabili”.

Inquinamento ambientale e caro greggio spingono verso fonti energetiche alternative. Cosa ne pensa del nucleare?
“Non conosco quali possono essere i vantaggi o gli svantaggi del nucleare. Una cosa è certa bisogna rendersi conto dei bisogni reali di una comunità e a partire da questi fornire soluzioni senza pregiudizi, anche se qualche volta questo può comportare sacrifici da parte di questa o di quella popolazione. Certamente i problemi vanno visti nella loro globalità e animati dal senso per il bene comune. Purtroppo resistono ancora pregiudizi ideologici e questo credo che non aiuterà a risolvere i grandi problemi, come quello della crisi energetica e, più in generale, della crisi economica. Ormai la cultura viaggia verso la liberazione dai pregiudizi e quindi verso la necessità di affrontare le diverse situazioni non con pragmatismo ma con senso di realismo”.

Esiste una cultura cristiana europea? Qual è la sua vocazione nel contesto politico e sociale?
“Da questo simposio emerge che la cultura cristiana – e soprattutto quella del versante filosofico che poi alla fine è quella trainante – sta uscendo da un certo isolamento e soprattutto da una certa subalternità. Numerosi accademici sono convinti che il Cristianesimo può dare veramente un contributo significativo per rilanciare la filosofia e, dunque, la cultura europea. Credo che solo il Cristianesimo può aiutare la cultura europea a dare un’inversione di tendenza, nel senso cioè di non aver paura dei problemi né tento meno della grande questione della modernità. Penso, come ha affermato il Papa durante l’udienza speciale di sabato, che questa è una responsabilità che appartiene esclusivamente o in larga parte al Cristianesimo".

di Pier Vincenzo Rosiello