Muovendosi sullo stesso humus culturale del mondo classico e facendo propria la medesima alta ispirazione di difesa della Patria e di pacificazione dei popoli, l’Esercito Italiano partecipa ormai da diversi decenni alle missioni all’estero nelle diverse aree di crisi presenti nel mondo – sempre nel pieno rispetto delle regole d’ingaggio pattuite al momento d’assunzione di ogni impegno internazionale – allo scopo di ristabilire condizioni di stabilità e, dove sia possibile, la pace.
Brevi cenni sul quadro geo-strategico mondiale
A seguito della caduta del muro di Berlino, venti anni fa, lo scenario mondiale s’è profondamente mutato; il crollo dell’URSS, una delle due superpotenze che si dividevano gli equilibri del mondo, ha innescato il diffondersi di molteplici focolai di crisi su quello che era lo sconfinato territorio dell’ex Unione Sovietica. Basti pensare alle guerre nei Balcani, Kosovo ed ex Jugoslavia, Albania, Bosnia-Ezegovina. Il modo di far guerra ha subìto profondi mutamenti tanto che alla guerra classica si è sostituito un modello di guerra di tipo asimmetrico. E così nella guerra del Golfo – siamo negli anni 1990-1991 – “la prima dopo la guerra fredda, la fine del confronto militare in Europa e il dominio del mare hanno consentito all’Occidente – e in primis agli Stati Uniti – di concentrare contro l’Iraq la maggior parte delle forze aeroterrestri disponibili. È stata fatta massa anzitutto nell’aria, per preparare e rendere meno cruenta possibile l’offensiva terrestre. A quest’ultima l’esercito iracheno in pratica non ha resistito, anche perché ha voluto condurre una guerra campale classica” (Col. (ris.) Ferruccio Botti, I Principi dell’Arte Militare, Rivista Militare n.4/2003, pag. 31). Un modello che ritroviamo intorno al 2000 nelle campagne militari in ex Jugoslavia, Kosovo e Afghanistan con l’adozione da parte occidentale di sofisticate tecnologie missilistiche e aerospaziali, riservando alla forza terrestre un’azione di supporto. Nel campo opposto in altre guerre le forze militari nemiche hanno tentato di nascondersi, finanche sottoterra, per evitare l’attacco dall’alto.
L’altro evento, purtroppo funesto, che ha segnato e continua a segnare la storia mondiale è la caduta delle Torri Gemelle a New York, l’11 settembre del 2001, nel cuore degli Stati Uniti, provocata da un ignobile attacco terroristico. Per contrastare questo fenomeno non bastano più gli strumenti militari intesi nel modo tradizionale, né basta la potenza delle forze aeree. Osama Bin Laden, capo carismatico di Al Quaida, responsabile della tragedia a New York, ha saputo realizzare al massimo grado la sorpresa colpendo i simboli e i centri vitali del mondo occidentale.
La reazione non s’è fatta certo attendere, gli Usa hanno sferrato un massiccio attacco all’Iraq, covo di Al Quaida, e all’Afghanistan, nell’ottica di una guerra preventiva contro i Paesi definiti canaglia. Una guerra che è costata un grande numero di vite umane anche al popolo statunitense.
Successivamente sono state organizzate dalle Nazioni Uniti missioni per ristabilire ordine e condizioni di vivibilità in queste aree devastate dalla crisi, e proprio in queste missioni hanno perso la vita anche diversi soldati italiani. Basti pensare a quello che è successo a Nassirya il 12 novembre 2003 dove persero la vita 19 italiani e quest’anno a Kabul, dove sono morti in un agguato kamikaze ad opera dei talebani 6 parà del 186° Reggimento della Folgore. I militari erano a bordo di due blindati Lince sulla via che conduce all'aeroporto. La loro morte è stata provocata da un'autobomba contenente almeno 150 kg di tritolo. L’esplosione è stata terribile e inesorabile. Questi i nome dei sei caduti: il tenente Antonio Fortunato, originario di Lagonegro (Potenza); il primo caporal maggiore Matteo Mureddu, di Oristano; il primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, nato in Svizzera, ma residente a Tiggiano (Lecce); il sergente maggiore Roberto Valente di Napoli, il primo caporal maggiore Giandomenico Pistonami, nato a Orvieto ma residente a Lubriano (Viterbo) e il caporal maggiore Massimiliano Randino, nato a Pagani (Salerno). ventuno sono i militari italiani morti nel paese asiatico.
Nelle missioni di pace in aree particolarmente esposte alla guerriglia o agli attacchi kamikaze dei fondamentalisti islamici, come in Afghanistan, occorre un salto di qualità nell’ambito delle informazioni per conoscere tempestivamente la localizzazione dell’avversario, il tipo di minaccia e la possibile linea d’azione. In quest’ottica la tecnologia ICT (Information and Communication Tecnology) e il settore RSTA (Reconnaissance Surveillance and Target Acquisition) costituito da sistemi di apparati multisensori per la cattura d’informazioni all’interno di un’area prestabilita rivestono un’importanza fondamentale.
Resta comunque imprescindibile l’apporto delle risorse umane, i soldati forti e valorosi ma pur sempre mortali. Ecco perché è giusto rendere onore all’eroismo, al senso del dovere e all’alta dignità dei nostri militari che li portano ad anteporre il bene comune, quello del proprio Paese e, nel caso di Kabul, la difesa della libertà e della democrazia internazionali, alla propria stessa vita.
Le Peace Support Operations
Il numero delle Peace Support Operations è aumentato notevolmente rispetto al passato e la partecipazione della Forza Armata italiana è divenuta molto significativa. In particolare i più recenti conflitti presenti sul teatro euro-mediterraneo hanno evidenziato la centralità geostrategica dell’Italia rispetto alle aree di crisi. E così, oltre che per la difesa della Patria, operazioni militari sono sempre di più inserite nell’ambito di missioni a supporto della pace, per il mantenimento della legalità, della stabilità e dell’ordine internazionale; missioni cioè di peacekeeping (ovvero per il mantenimento della pace, le forse attrici operano sotto il comando ONU in modo imparziale e con il consenso dei Paesi interessati dalla crisi), peace-making (creare/costruire la pace mediante operazioni di pacificazione condotte da una forza internazionale, che con la propria presenza porta l'ordine e assicura il rispetto dei diritti umani allo scopo di stabilizzare la crisi) e peace-enforcement (imporre o far rispettare la pace con interventi della comunità internazionale in una situazione di conflitto).
La nostra Forza Armata è attualmente impegnata in diverse parti del mondo:
1) nell’area balcanica con la partecipazione all’operazione NATO “Joint Enterprise” in Kosovo (1.700 militari) e a quella UE “Althea” in Bosnia Ersegovina (140 militari), durante lo scorso anno l’Italia ha assunto il comando di entrambe;
2) nell’area medio-orientale con la missione “Leonte” in Libano nell’ambito della forza di pace “UNIFIL” (2.300 militari) in cui l’Esercito Italiano detiene la leadership (rappresentando politicamente il Segretario Generale nella zona meridionale del Paese), ma anche in Iraq nella missione di addestramento dell’esercito iracheno denominata “NATO Training Mission” (25 uomini);
3) nell’area caucasico-asiatica nell’ambito della missione a guida NATO denominata ISAF (International Security Assistance Force) con un contributo a livello Brigata di 1800 militari e un duplice impegno rispettivamente a Kabul e a Herat, nonché dallo scorso anno in Georgia nell’ambito della missione European Union Monitoring Mission (17 militari con compiti di osservazione) ma anche in seno alla missione UNMOGIP nella zona di confine tra l’India e il Pakistan;
4) nell’area africana con la partecipazione all’operazione UE “Nicole” in Chad (83 militari) concorrendo con la Task Force “Ippocrate” al dispositivo sanitario campale, come l’allestimento della struttura “ROLE 2” in Abeché attrezzata per la chirurgia d’urgenza, la terapia intensiva e la degenza a disposizione del personale ONU e della popolazione locale; l’Esercito partecipa anche alle missioni di osservazioni UNAMID in Darfur e MIURSO in Marocco.
Conclusioni
L’importanza e il prestigio che la Forza Armata Italiana ha assunto in virtù delle missioni fuori area ne gratifica l’impegno e consola per le perdite subite, in termini di vite umane, specie in questi ultimi anni; giovani italiani che hanno servito il proprio Paese e gli ideali di libertà e democrazia fino a sacrificare la propria vita. L’Italia è orgogliosa per i valore e il coraggio dimostrato dai suoi militari.
L’Esercito, lungi dall’essere una forza di conquista e di oppressione, è uno strumento di difesa e di protezione della libera e pacifica convivenza nel rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. Così facendo la Forza Armata crea le condizioni per il superamento di situazioni di crisi, lanciando stimoli per la crescita e la diffusione della cultura. Per queste ragioni possiamo affermare che è molto vicino allo spirito greco-romano, a una concezione di “guerra giusta”, che vede nel conflitto armato l’ultima delle soluzione, a cui però non disdegnava di fare ricorso nel caso fosse dettato dalla necessità di difendere la civitas.
lunedì 5 ottobre 2009
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